Smart working, la nuova frontiera della felicità?

La felicità è un concetto forse difficile da definire: troppo personale e con troppe implicazioni. Tuttavia è qualcosa di cui bisogna occuparsi, anche in azienda, se vogliamo avere collaboratori e dipendenti che svolgono il proprio lavoro con passione ed impegno.

Da questo concetto, chiaro nell’impianto valoriale di Immedya Holding, parte la riflessione sul tema dello smart working, come elemento in grado, da un lato, di migliorare il benessere percepito dalle persone che compongono l’azienda e, dall’altro, il loro apporto quotidiano.

Che cos’è lo smart working

Lavorare in modo smart, tradotto letteralmente agile, può rappresentare la nuova frontiera della felicità tanto per i lavoratori quanto per le aziende?

Cercheremo di dare una risposta a questa domanda, riflettendo su dati e non condividendo semplicemente delle sensazioni. Noi stessi stiamo sperimentando questa modalità e ci stiamo accorgendo dei benefici che ne derivano.

Dobbiamo però prima dare una definizione di smart working, qualcosa che molti ancora confondono con il telelavoro o lavoro da casa, come una filosofia ed interpretazione del rapporto lavorativo che vede nella flessibilità di luoghi, orari e strumenti di lavoro il mezzo attraverso il quale costruire un rapporto più appagante per i due protagonisti della relazione.

Il lavoratore può organizzarsi in autonomia e ottimizzare la propria gestione del tempo e questo stimola in lui una maggiore assunzione di responsabilità ed il raggiungimento di performance più elevate. Motivo quest’ultimo per il quale anche le aziende dovrebbero vedere di buon occhio questo modalità contrattuale.

Scendendo ad un grado di approfondimento maggiore, il più grande beneficio percepito dalle persone che sperimentano questa modalità operativa non si esaurisce nella possibilità di organizzarsi il lavoro a livello di orari, ma anche di spazio: casa, coworking, bar o altro ancora. L’idea della postazione fissa in ufficio viene quindi sorpassata, consentendo di poter lavorare nel posto dove si vive, senza necessariamente doversi trasferire nella sede dell’azienda. Un enorme valore aggiunto per tutti, ma sicuramente ancora di più per determinate categorie come le mamme ad esempio.

Da non dimenticare anche l’iniezione positiva nei confronti dell’ambiente: meno spostamenti in automobile, producono meno inquinamento.

Lo smart working in Italia

Esiste una legge nel nostro Paese che regola lo smart working, la n.81 del 22 maggio 2017, all’interno della quale vengono chiariti quali sono diritti e doveri dello smart worker, quali sono i metodi ed i limiti del controllo applicato dal datore di lavoro, la retribuzione, strumenti tecnologici e modalità attraverso le quali eseguire il lavoro da remoto e tutti gli altri aspetti necessari a dare una panoramica chiara e non manipolabile in alcun modo.

E, cosa ancora più interessante, esistono dei dati che ci aiutano a capire se davvero lo smart working può essere un modo per aumentare benessere di chi lavora e produttività in azienda.

L’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano ha condiviso alcuni dati relativi al 2018:

  • 480mila, i lavoratori coinvolti, in aumento del 20% rispetto al 2017
  • 15% di aumento di produttività medio dei lavoratori
  • 20% di riduzione del tasso di assenteismo
  • 30% di risparmio medio per le aziende sui costi di gestione
  • 41% di aumento della qualità degli obiettivi raggiunti
  • 80% il tasso di persone che affermano di aver percepito un miglioramento nell’equilibrio vita privata/lavorativa

Leggendo questi, che sono solo alcuni degli indicatori analizzati dal rapporto sopra citato, sembra che la risposta alla nostra iniziale domanda possa risuonare come un sì chiaro e forte.

Un “lusso” solo per grandi aziende?

La prima obiezione che si potrebbe alzare da alcune parti, potrebbe essere il fatto che la pratica dello smart working sia presa in considerazione solo dalle grandi imprese e che dunque i dati si riferiscano a questo campione specifico.

In realtà il fenomeno è più diffuso in Italia di quanto si pensi e, seppure la percentuale di progetti in tal senso sia sbilanciata verso le big, anche le PMI stanno iniziando una piccola rivoluzione in tal senso.

Sempre per fare riferimento ai dati dell’Osservatorio, il 53% delle grandi aziende ha già messo in piedi iniziative di smart working. Per le PMI non è particolarmente interessante il dato attuale che parla di un 8%, quanto la dichiarazione di intenti che vede un 16% delle imprese campione attuare modalità di lavoro similari anche se non strutturate, un 9% che si dichiara possibilista in merito ed un 2% che partirà a breve con progetti di smart working.

Insomma, “una rivoluzione da non fermare”, per citare il titolo che l’Osservatorio ha voluto dare al suo rapporto perché, probabilmente, lo smart working potrebbe essere davvero un elemento di cui valutare l’introduzione nelle nostre realtà imprenditoriali per aumentare il grado di felicità percepita da tutti gli attori coinvolti nel rapporto lavorativo.