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L’importanza del dubbio nel decision making

Se fin da piccoli ci insegnano a riflettere prima di agire, e soprattutto parlare, un motivo ci sarà. E la ragione risiede nelle insidie della certezza: il dubbio ci aiuta invece ad avere un senso del limite, a non sentirci onnipotenti e infallibili. 

La nostra società moderna e iper industrializzata però, massimizza i risultati, non tollera l’errore e tende a farci sentire spaventati dal dubbio nel processo di decision making. Abituati come siamo, anche a causa della semplificazione del linguaggio, a circondarci di verità assolute e unilaterali, abbiamo smarrito la ricchezza dell’incertezza, anche nel modo più profondo.

 

In principio era il dubbio

C’è una linea sottile che nasce da Socrate, passa per Cartesio, Kant, Sant’Agostino e Giacomo Leopardi, tutti affascinati dall’arte del dubbio, e che arriva fino alle intelligenze artificiali, tanto in uso in questi giorni.

Il dubbio è stato spesso oggetto di analisi, studi, teorie, e  mai come in questo momento storico, nel quale siamo bombardati dalle informazioni e da fragili certezze esso torna di grande utilità come strumento di conoscenza, a patto di saperlo riconoscere quando serve.  

Spesso infatti prendiamo decisioni in condizioni di notevole incertezza, anche se non lo sappiamo: potremmo dire di sapere qualcosa per certo solo quando abbiamo un forte presentimento. Accettiamo anche che le persone davanti a noi siano spesso più sicure di se stesse e delle proprie convinzioni di quanto sia oltremodo giustificato, anche perché le prove dimostrano che gli individui che si autoingannano sono poi davvero brave a ingannare gli altri. Come possiamo quindi imparare a dare la giusta importanza al dubbio nel nostro decision making?

 

Fiducia nelle macchine

In questi mesi in cui l’intelligenza artificiale è un argomento di forte tendenza, bisogna forse cominciare a porci queste domande: vogliamo riporre eccessiva fiducia nelle macchine intelligenti? Oppure è meglio creare sistemi umili consapevoli dei propri limiti? Pensiamo alla spia del cruscotto che si illumina per segnalare strada ghiacciata mentre guidiamo: molto probabilmente la nostra prima reazione è la preoccupazione. Allo stesso modo, il solo pensiero di un’auto a conduzione automatica che reagisca in modo errato in una situazione pericolosa non ci fa stare molto meglio.  

La preoccupazione però genera cautela, e limita le nostre possibilità di errore. L’eccessiva sicurezza invece è più probabile che ci metta nei guai. 

Lo hanno capito anche gli sviluppatori di IA, che stanno già esplorando il valore della progettazione del dubbio nei loro sistemi. Questo perché, quando noi umani ci affidiamo alle macchine per le nostre vite, vogliamo che esse valutino anche i rischi per essere sicuri delle loro decisioni. 

Il concetto però non viene sempre applicato alle nostre, di sicurezze, che spesso invece si basano su logiche errate e informazioni limitate e distorte. Perché? Ce lo dicono alcuni studi di psicologia.

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I limiti del decision making

C’è un paradosso intorno alla fiducia che è stato chiarito in uno studio del 1999 apparso sul Journal of Personality and Social Psychology. I ricercatori, gli psicologi David Dunning e Justin Kruger, hanno sottoposto i soggetti a test su umorismo, grammatica e logica, quindi hanno chiesto ai partecipanti di valutare quanto fossero sicuri della propria performance. I partecipanti al test con le prestazioni più basse erano anche i più fiduciosi nelle loro prestazioni. Il paradosso era chiaro: chi sapeva poco non sapeva abbastanza per sapere di sapere poco. Da allora questa illusione di sicurezza è stata soprannominata effetto Dunning-Kruger

Quando l’economista Herbert A. Simon ha definito l’idea di razionalità limitata, ha osservato che ognuno di noi è limitato nel proprio inventario personale di informazioni, tempo e capacità cognitive. Dal momento che non possiamo aspettarci di prendere decisioni perfette, dobbiamo accontentarci di una soluzione “soddisfacente”

Ad esempio, decidere quale scatola di cereali acquistare potrebbe diventare un’attività infinitamente complessa: confrontare prezzi, qualità e quantità tra un numero crescente di opzioni. Inoltre, non abbiamo avuto la possibilità di assaggiare tutte le diverse varietà e la nostra conoscenza della loro chimica e composizione molecolare è incompleta. Perciò, dovremo accontentarci della soluzione che ci soddisfa di più.

È la stessa situazione quotidiana in cui ci troviamo quando decidiamo quale film vedere o cosa cucinare per cena. Questo ci riporta al valore del dubbio: riconoscere e accettare un po’ di incertezza può accelerare le nostre decisioni. Un “va bene così” diventa la soluzione migliore, quando l’alternativa è un’interminabile e angosciante ricerca, sempre più dettagliata. 

 

Di cosa possiamo essere sicuri, quindi?

Il dubbio portato all’estremo non è pertanto salutare: può infatti condurre a pericolose teorie anti razionali, nel peggiore dei casi. Non è necessario spingersi fino a quel punto perché esso abbia valore. 

Dobbiamo solo riconoscere che la nostra comprensione del mondo è spesso basata su presupposti imperfetti, e che è nel nostro migliore interesse usare quella consapevolezza per moderare la nostra fiducia: sapere che è impossibile essere sicuri al 100% senza lasciare che questo ci impedisca di completare il processo di decision making.

Riconoscere che la maggior parte delle nostre decisioni vengono prese in condizioni di incertezza, che ne siamo consapevoli o meno, è fondamentale per allineare le nostre aspettative alla realtà: solo se impareremo a pensare al dubbio come ad un contrappeso non alla fiducia, ma all’eccessiva sicurezza, riusciremo con successo nel nostro percorso di decision making.

 

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